E questo è il fiore

Non sono visibili da lontano o ampiamente segnalati, come i grandi ossari del Triveneto, che celebrano il sacrificio di tanti giovani per ricondurre le terre irredente all'Italia. Questi sono monumenti piccoli, silenziosi, quasi umili. Eppure raccontano anche loro una storia. 
Spesso ne trovi tracce un po' dappertutto, su cippi seminascosti sul bordo dei fossi, o su targhe apposte ai muri, o ancora nel nome dato a un rifugio sulle Alpi. Li scopri quasi per caso, leggendo un cartello o provando a informarti per conto tuo al termine di una gita. E la scoperta sembra quasi ribadire che quanto avvenuto più di settant'anni fa è ancora...tabù, storia dolorosa e non condivisa, anzi, divisiva, retaggio di una guerra che è stata sia di liberazione dallo straniero, sia civile, e che ha ulteriormente sconvolto il nostro paese.  Qui di seguito, a partire da tre mie diverse camminate, ecco alcuni frammenti 'minori' di quel periodo tra il settembre del 1943 e l'aprile del 1945. Piccoli episodi di quel fenomeno noto come Resistenza.   

Atto Primo. Lungo il Torrente Manubiola.
Quando si scende alla stazione di Berceto, si comprende di essere stati fregati. Non tanto per il piccolo edificio, che  meriterebbe una visita di per sè, quanto per la sua ubicazione. La stazione ferroviaria infatti è infatti nella frazione Ghiare, a circa 300 metri sul livello del mare, in riva al fiume Taro.  Quasi sette chilometri di strada asfaltata stretta e schiacciata contro le rocce e 500 metri di dislivello la separano dal vero e proprio paese di Berceto, una importante tappa in direzione del Passo della Cisa lungo la Via Francigena.  

Dal mio punto di vista, la fregatura era meno... forte: ero infatti già rassegnato al mio destino, e sapevo cosa mi aspettava. Appena due mesi prima, nelle vacanze di Pasqua, avevo dovuto abbandonare l'idea di farmi il tratto appenninico Fornovo-Pontremoli della Francigena a causa di una fastidiosa tendinite dovuta ai continui saliscendi della tappa. Pertanto, zoppicando un po', in assenza di autobus che portavano da Berceto a Ghiare (che circolano solo nei giorni scolastici), mi ero dovuto fare sette chilometri di provinciale in discesa per prendere un treno e tornarmene mestamente a casa. Per cui, preso un meritato caffè, ho rimesso lo zaino in spalla e sono partito in salita lungo la provinciale. Sole a picco e strada che molto lentamente risale la valle sul lato sinistro costeggiando il piccolo torrente Manubiola. E' sabato, passano poche macchine per fortuna. Salgo lentamente, il mio obiettivo è raggiungere infatti Berceto intorno all'ora di pranzo, mangiare lì e poi ripartire in direzione del Passo della Cisa dove pernotterò. 
A un certo punto, in uno dei rari punti in cui la strada si allarga, un roccione e una lapide in marmo attirano la mia attenzione. La data è inequivocabile: 1944. Episodio di guerra, sicuramente. Scatto la foto, ripromettendomi di andare a indagare una volta a casa.

Apprendo così l'esistenza di una Repubblica Partigiana nata in queste zone: i paesi del fondovalle sino a Borgotaro, liberati intorno al 15 giugno 1944, si unirono in una piccola Repubblica, che durò per un mese e fu teatro, proprio nella zona in cui sorge il piccolo momenumento, di una cruenta battaglia avvenuta il 30 giugno, tra brigate partigiane e una nutrita colonna di soldati tedeschi. La Repubblica del Taro finì due settimane dopo, e come avvenuto in altre zone più tristemente note, vi furono rappresaglie, deportazioni e fucilazioni dei civili.

Atto Secondo. Val Grande e il Sentiero Chiovini
Una Repubblica Partigiana più famosa fu quella sorta in Val d'Ossola, non tanto per la durata temporale (anche qui, circa un mese, tra settembre e ottobre del 1944), quanto per il fatto che fu capace di creare, pure in una situazione di guerra, un vero e proprio governo, una specie di 'prova generale' di quella Repubblica Italiana che sarebbe sorta a guerra finita. A precedere questo evento furono però numerosi rastrellamenti compiuti tra giugno e luglio dalle SS, in particolare in Val Grande, dove partigiani e civili furono catturati e fucilati senza pietà. Oggi la Val Grande è un parco naturale quasi selvaggio, meta di escursionisti e amanti della natura, che ne calcano i sentieri, a volte ignari di quanto avvenne in quei luoghi. La memoria di quanto avvenne è affidata a un piccolo museo situato nel paese di Fondotoce, dove avvennero le fucilazioni, a targhe, cartelli e un sentiero tematico dedicato a Nino Chiovini, comandante della Brigata  Giovane Italia, che attraversa queste zone.  Ho percorso l'estate scorsa una parte di tale sentiero, raggiungendo l'Alpe Pra, splendido balcone sulla Val d'Ossola e sul Verbano e uno dei luoghi in cui si svolsero i rastrellamenti. Le malghe furono infatti bruciate e il rifugio alpino, ora ristrutturato, fu seriamente danneggiato.





Atto terzo. Un rifugio tra i monti.
Un teatro di guerra...che non c'è mai stata. L'esercito italiano, nel corso della I Guerra Mondiale, aveva creato una linea difensiva nel Parco dell'Adamello nel caso in cui gli Austriaci fossero riusciti a sfondare il fronte invadendo la Val Camonica. Tracce di questa linea difensiva sono individuabili nella zona attorno al Lago della Vacca e al Cornone di Blumone, dove sorge il Rifugio Tita Secchi, a circa 2400 metri di altezza, punto di partenza per alcuni interessanti percorsi ad anello non particolarmente faticosi ma paesaggisticamente remunerativi.



Ignoravo la storia di Tita Secchi, e pensavo fosse un alpinista della zona - spesso i rifugi alpini prendono il nome di alpinisti, amanti della montagna, o comunque persone legate a quei luoghi - La targa esposta all'ingresso del rifugio racconta però una storia ben diversa, una delle tante, ancora una volta, che testimoniano ciò che accadde in quegli anni. Le poche parole della targa creano un contrasto irreale con la solitudine e il silenzio del luogo. Sembra quasi di sentire crepitare il plotone di esecuzione in lontananza. Tita Secchi sapeva, come tanti altri partigiani, che se fosse stato catturato avrebbe fatto una brutta fine. Tuttavia, scelse la via dei monti e affrontò il suo destino convinto di fare la cosa giusta. Ed è giusto, secondo me, che la sua memoria, e quella di molti altri che fecero la medesima scelta, non vada perduta. 

Esistono in Italia molti sentieri dedicati alla Resistenza, nelle valli alpine e nei luoghi simbolo di quel periodo (ad esempio esistono numerosi percorsi nella zona della Linea Gotica, ossia il fronte di guerra dell'inverno 1944-45). Finora non ho mai avuto occasione di percorrerne qualcuno, salvo appunto incrociarli quasi 'per caso'... Così come i sentieri realizzati sui fronti della Grande Guerra, credo che questi percorsi, ancora più di un museo o di un monumento celebrativo, abbiano una grandissima importanza. Camminare sulle orme di chi ha rischiato o addirittura dato la propria vita per un ideale è il miglior modo di tenere viva la memoria; non solo, permette in un certo senso di 'vivere' la storia più da vicino, e forse di comprenderla più a fondo. 

Buon 25 aprile.

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